Nabucco - Teatro Pavarotti Freni di Modena
Teatro Comunale Modena/Teatro Ponchielli Cremona
Conductor Massimo Zanetti - Valerio Galli
Director Federico Grazzini
Set and Costume Designer Anna Bonomelli
Lighting Designer Giuseppe Di Iorio
Photo credit Rolando Guerzoni
'Efficaci e di impatto invece la cupezza dell’ambientazione e l’utilizzo di costumi non esclusivamente inscrivibili ad un determinato periodo finalizzati a sottolineare l’universalità e l’insensatezza del dolore causato da guerre e prevaricazioni, entrambi curati da Anna Bonomelli.’
Simone Manfredini - Opera Click
‘La scena a cura di Anna Bonomelli ci trasporta, appunto, nella Babilonia distrutta di un mondo atemporale e distopico dove due popoli si combattono con violenza e ferocia in un ambiente incorniciato da claustrofobiche mura di acciaio. I riusciti costumi della stessa Bonomelli ci aiutano a distinguere una fazione dalla spiccata natura militare ed un’altra più legata alla tradizione di un popolo nomade.’
Marco Faverzani - OperaLibera
‘Il lavoro della scenografa Anna Bonomelli non indulge a un’archeologia di Babilonia, né a una attualizzazione didascalica, ma preferisce restare in un territorio sospeso, quasi metafisico, in cui le luci, fredde e spesso di taglio, firmate da Giuseppe Di Iorio, hanno un ruolo fondamentale nel definire uno spazio livido, simbolo di oppressione e smarrimento. L’intenzione è chiara: non “rappresentare” la prigionia, ma evocarne il meccanismo, restituire allo sguardo dello spettatore la sensazione di essere anch’egli chiuso, osservato, separato.’
Simone Manfredini - Opera Click
‘I costumi di Anna Bonomelli sembrano affiorare dalla pece: il popolo d’Israele, lacero e afflitto, attende la propria sorte in gabbie metalliche, mentre è costretto a cantare inni all’usurpatore. I Babilonesi, a partire da Abigaille, sfoggiano la loro protervia in abiti militareschi, vagamente nazisti, che ne strizzano le forme. Un regno dei morti in cui tutto è macerie, fumo, offesa. In un non luogo e in un non tempo che troppo assomiglia a molti luoghi di questo nostro tempo insanguinato, nel grigiore che pervade il cielo e lo rende dello stesso colore della terra, si aggirano neri soldati come automi, tutti maschere e tute futuristiche. Presidiano una terra di nessuno, si accaniscono su poveri inermi sfuggiti al massacro. Denudano una donna, rapiscono una bambina, legittimati dal potere di cui sono braccio armato. La Sinfonia d’apertura già disegna il perimetro di una visione chiaroscurale che scardina la collocazione storica della vicenda e la sospende in un’ambiguità spaziotemporale in cui l’assenza di riferimenti non è sottrazione ma laico, universale messaggio, accorato grido ad una possibile comune redenzione, alla venuta di un giorno nuovo in cui la riconciliazione sia possibile.’
Elide Bergamaschi - Opera Teatro
‘La regia ambienta la guerra tra l’oppressore assiro e l’oppresso ebreo in un mondo ucronico e distopico, come chiariscono le scenografie minimali di Anna Bonomelli (due grandi pareti laterali imbrattate di sangue che ricordano i calchi dei corpi delle vittime della catastrofe nucleare giapponese) e i suggestivi effetti di luce e – soprattutto – ombre (a cura di Giuseppe Di Iorio). Vediamo dunque gli assiri in abiti paramilitari, mentre gli ebrei vestono indumenti laceri e dai colori terrosi, quasi ripresi dal film Brazil (1985) di Terry Gilliam (i costumi ben definiti e credibili, portano la firma sempre di Bonomelli)’
Gabriele D’Aprile - Il giornale della musica